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     Foggia e provincia : Segnalazioni culturali da Teresa Rauzino






 

 

Il libro Tor Tre Teste ed altre poesie "visto" da due giornalisti
Gli interventi di Michele Afferrante (Rai Uno) e Carlo Moretti (La Repubblica)



Solo un piccolo, ma sentito, contributo riguardante l’ultima poesia, dal titolo Conclusione, del libro Tor Tre Teste di Vincenzo Luciani.
Una lettura, tra le infinite possibili…
“Spalanco una finestra”. In questo primo verso - puro e immediato - è descritto il gesto che inaugura da sempre i nostri giorni, che appartiene alla dimessa e precaria quotidianità di ogni uomo. Un atto semplice, minimo, a cui il poeta fa seguire una considerazione intima (“Poche le storie che so raccontare / alle più belle mancano parole”) dove denuncia la difficoltà di rappresentare l’intensità e la complessità di ciò che accade nella vita, di riprodurre l’incanto del molteplice ramificarsi e intrecciarsi delle esistenze. Una difficoltà che trova origine nella natura fragile della parola poetica: “Farfalle sono le parole / lievi sul labbro / e la luce le prende”.
Il poeta avverte in sè, dunque, una contraddizione, un’inquietudine profonda. Con la sua sensibilità si espone al fiume in piena del molteplice germogliare del mondo, ma spesso non riesce a concentrare in versi l’impetuoso e magmatico movimento dell’esserci.
La vera poesia è tutta in questo precario equilibrio. Anche perché, come sosteneva lo scrittore Vasìlij Ròzanov, “la vita sorge da equilibri instabili. Se ci fosse dappertutto stabilità, non ci sarebbe vita. Ma l’instabilità è angoscia, disagio, pericolo. E di essa vive il mondo, per sempre inquieto”.
Michele Afferrante
giornalista di Rai Uno
Per “tor Tre Teste” di Vincenzo Luciani
Ho conosciuto Vincenzo Luciani a metà degli anni Ottanta. Ci siamo incontrati a Centocelle, in questa parte di Roma che da sempre è meta di immigrazione. Ma ho scoperto le origini pugliesi di Vincenzo solo più tardi, grazie a “Il paese e Torino”, il suo primo libro di poesie. Fino ad allora pensavo che fosse un uomo del Nord, forse anche perché al suo fianco risuonava l’accento musicale di sua moglie Rosa. Sapere che Vincenzo fosse nato in Puglia fu dunque per me una piccola sorpresa, come sorprendente è stato scoprire con quanta forza si dedicava e si dedica alle sue radici, a difendere la memoria di Ischitella dagli attacchi del tempo e dallo sradicamento oggettivo che aveva vissuto, trasferendosi prima a Torino e poi a Roma.
Credo che in questa volontà di mantenere viva la memoria del paese in cui è nato, soprattutto dedicandosi alla poesia dialettale, Vincenzo sia stato aiutato proprio da Roma e soprattutto da questa parte della città che ha sempre allargato le braccia ai nuovi arrivati, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Alla fine degli anni Sessanta (i miei primi ricordi visivi) a Centocelle resistevano quelle palazzine di due piani con il giardino intorno, come ancora se ne vedono solo verso il Casilino 23 o al Quadraro. Allora le buttavano giù per far spazio ai palazzoni di nove o undici piani. Tutto intorno ai cantieri, sui pratoni che sarebbero diventati più tardi giardini pubblici, c’erano ancora molte casupole di mattoni e legno compensato che chiamavano baracche. Più o meno simili a quelle che si vedono nei film che Pasolini girò anche da queste parti, come “Accattone”: ci abitavano gli ultimi arrivati, gli italiani immigrati da altre regioni, casupole tutto sommato dignitose dove viveva gente per bene, con il centrino ricamato sul tavolo o sul divano. Era una parte della Capitale che conosceva i problemi della casa e del lavoro, che faceva i conti con la povertà e la precarietà ma era certamente ricca di un’umanità che oggi è più difficile rintracciare. Soprattutto, grazie a quel miscuglio di dialetti si stava realizzando inconsapevolmente il più grande laboratorio linguistico a cielo aperto che si fosse mai visto. La varietà era uno stimolo, bisognava tenere l’orecchio allenato, altrimenti non ci si capiva. Mai questa varietà ha dato origine a fenomeni di intolleranza, tanto meno di razzismo: c’era in tutti uno slancio di solidarietà che proveniva dalla consapevolezza di appartenere alla stessa comunità, anche se credo tutti sperassero di trovare prima o poi una condizione migliore di quella che si viveva.
Per le vie di Centocelle, del Prenestino o di quella che allora si chiamava ancora Borgata Alessandrina (Tor Tre Teste non esisteva, oltre il Quarticciolo c’era la campagna e poi, più in là, le fabbriche della Tiburtina) hanno sempre risuonato i dialetti più diversi. E senza timore di essere malamente fraintesa, la gente si indicava spesso con il nome della città o della regione di provenienza: c’era Ines la padovana, Mimmo il barese, e poi l’Abruzzese, il Siciliano, il Perugino. Era immigrazione storica, al contrario di quella che cominciava ad affacciarsi proprio negli anni Ottanta, dal Sud del mondo. La lingua italiana, nonostante la televisione, era per molti degli adulti una conquista ancora lontana se non decisamente una battaglia persa. I figli potevano dirsi bilingui, anche se imperfetti in ogni verso si rivolgessero. Ma qui l’orecchio era più allenato e fresco che altrove, bastava coltivarlo per conquistare quella competenza linguistica di cui parlano i professori nei manuali.
Oggi le cose stanno diversamente. Centocelle e l’Alessandrino appaiono quartieri più ordinati e puliti di venti o trent’anni fa. Ma li abita un’umanità nuova, colorata, che prima non c’era. Basta passare per le strade di questi quartieri, basta parlare con chi ancora le abita, soddisfatto di essere rimasto qui, in questa parte di Roma, per rendersi conto di una realtà del tutto diversa da quella che io personalmente ho conosciuto. Questa diversa natura di Roma est la scopro anche grazie alle poesie di Vincenzo raccolte in questo libro intitolato “Tor Tre Teste” che, mi sembra, prendono sempre spunto da un dato di cronaca, intesa come vita vissuta, quella cronaca che sfugge ai giornali ma che segna la vita delle piccole comunità e degli uomini e delle donne che le compongono. Capisco così che i rapporti numerici del fenomeno dell’immigrazione sono oggi ribaltati, esattamente opposti rispetto a quelli di venti anni fa. Capisco che il Sud del mondo oggi abita a Centocelle, al Prenestino, al quartiere Alessandrino e a Tor Tre Teste dove, come scrive Vincenzo, nascono sempre meno bambini. Sono rimasti identici i nomi delle vie, il numero degli autobus e dei tram, ma allora “er cinese” poteva essere uno di quei soprannomi fantasiosi suggeriti da un taglio particolare degli occhi o dalla passione per i film di Bruce Lee degli anni Settanta. Oggi “er cinese”, lo sfortunato protagonista di una poesia di Vincenzo Luciani, era forse nato a Shangai.
Luciani ha vissuto le trasformazioni di questi venti anni trovando ogni volta una ragione poetica in ciò che vedeva intorno a sé. Credo sia stato aiutato in questo dal genio del luogo, dalla straordinaria vivacità linguistica di questi quartieri. E dal fatto di aver osservato queste trasformazioni contemporaneamente dal loro interno e da un punto di vista “privilegiato”, il quartiere più recente di Roma Est, Tor Tre Teste appunto. Personalmente gli sono grato per avermi fatto viaggiare, con la mente, ancora una volta sul tram numero 14, sull’autobus numero 516. Di avermi fatto rivedere ancora una volta, anche se in una luce del tutto nuova per me, queste strade a cui resto legato, proprio come un ramo che non dimentica la pianta che l’ha nutrito. Di avermi aperto il cuore e la mente su un’umanità nuova che sta preparando la città a un’ulteriore trasformazione e cambio di pelle. E forse ad un altro straordinario laboratorio linguistico in cui riconoscerci tutti.
Carlo Moretti
giornalista di Repubblica




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