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     Foggia e provincia : Segnalazioni culturali da Teresa Rauzino






 

 


109 testi in dialetto apulo garganico scelte dalle opere di 60 poeti (italiani, dialettali e stranieri) dalle origini a oggi.
GIARGIANESE, POESIA IN ALTRE LINGUE DI FRANCESCO GRANATIERO




La Pro Loco di Mattinata, nell’ambito della “Festa dell’olio nuovo” (21-26 novembre 2006), annuncia la presentazione del nuovo libro di Francesco Granatiero, intitolato Giargianese - Poesia in altre lingue (Foggia, Claudio Grenzi Editore, 2006, pp. 80, € 18). È il secondo volume della collana "Il dialetto a scuola", inaugurata con La memoria delle parole - Apulia: storia, lingua e poesia" (ivi, 2004, pp. 140, € 10).

Ma è, come il primo, un testo rivolto a chiunque ami e voglia approfondire il dialetto, e soprattutto ai cultori di poesia. Giargianese, infatti, comprende 109 versioni in dialetto apulo garganico scelte dalle opere di 60 poeti (italiani, dialettali e stranieri) dalle origini a oggi. Il libro è munito di cd (75 minuti di ascolto) con 78 tracce, di cui 56 trasposizioni, due comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Trieste-Pécs "Il dialetto come lingua della poesia" (Trieste 28-29 settembre 2006) e 20 composizioni proprie del Poeta, il tutto impreziosito dalle musiche originali di Antonino Di Paola, oltre che dalla vocalità e dalla interpretazione di Granatiero.

L’appuntamento è per sabato 25 novembre 2006, ore 19, a Mattinata (Fg), nell'accogliente cornice di un antico frantoio, il Ristorante Papone, immerso tra gli uliveti della contrada Asprito. Al saluto del prof. Domenico Cofano, ordinario di letteratura italiana presso l'Ateneo di Foggia, seguiranno le relazioni di Pietro Saggese, Presidente del Centro Culturale "Uriatinon" e insegnante di lettere presso l'Istituto Superiore "Mario Del Giudice" di Rodi Garganico, e di Sebastiano Valerio, professore associato di letteratura italiana presso l'Università di Foggia.

Il medico-poeta Francesco Granatiero, originario di Mattinata (ma residente a Torino fin dai primi Anni Settanta), interpreterà i testi poetici evidenziati dai due critici e alcuni componimenti inediti in dialetto, dedicati alle olive, all'olio e agli ulivi, che per l'occasione verranno esposti lungo la strada principale della cittadina garganica.

* * *

LA PREMESSA AL LIBRO

Il termine ggiargianése nei dialetti garganici significa “strano e incomprensibile nel parlare”, oppure “lingua astrusa”. In Capitanata (ma anche in Abruzzo e Molise) è l’equivalente di “settentrionale”, “forestiero”, “straniero”. Nel barese e nel Salento contraddistingue il lombardo compratore di uva e mosto, spesso proveniente da Vigevano. Infatti per Gehrard Rohlfs la parola corrisponde a “vigevanese”. A Milano invece – come mi dice Franco Loi – giargianése è sinonimo di terun “terrone, meridionale”, propriamente “meridionale pugliese”. Si tratta quindi di una sorta di blasone, di un biglietto da visita scambiato tra Puglia e Lombardia.
Giargianese è l’inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco, l’umbro di Jacopone, il greco, il latino, l’italiano, i suoi dialetti dal Nord al Sud, l’apulo garganico del mio scavare, il dialetto in cui traduco.
Ma il senso che importa l’ho espresso in questi versi:

A i crestejéne, a u munne,
sprùcete strànie stràuse,
ca na parléte rume,
ggiargianèise...

Agli uomini, al mondo,
scontroso estraneo strano,
ché una parlata rumino,
incomprensibile...

Qui giargianèise sta a indicare il dialetto, o meglio la lingua della poesia in dialetto, ma è, si può dire, la lingua della poesia tout court, che è sempre una lingua diversa, spesso iniziatica, non pacificata, a suo modo rivoluzionaria, un dire a volte straniante, che si interroga e che sconvolge ogni convenzione.
Tra Goethe che vuole innanzitutto salvo il nocciolo del contenuto ed Ezra Pound che riscrive i trovatori di Provenza mirando ai suoni, la poesia resta intraducibile. Tanto più se si tratta di culture lontane. Se poi il travaso è da una lingua a un dialetto (quello garganico di Mattinata non è migliore degli altri), l’impresa è addirittura disperata.
Queste versioni (1982-2006), più che per cimento di rima, sono nate dall’ansia di “sentire” fino a che punto il dialetto, questa lingua monca – povera ed essenziale – possa in forza di metafora farsi portatrice di culture altre dal suo ristretto mondo contadino-pastorale, fino a che punto possa allargare i suoi orizzonti senza snaturarsi.
Ho spinto la sonda della parola dialettale fino a profondità, altezze o distanze inusitate, letteralmente vertiginose, evitando tuttavia la materia più sperimentale ed astratta delle poetiche contemporanee, per non rendere l’operazione, orgogliosamente inutile, più sterile di quanto già non fosse. A chi infatti potranno interessare queste traduzioni in una lingua sconosciuta, in questo giargianese che io mi canto e io mi suono? E che senso ha oggi tradurre la poesia italiana dalle origini e quella dialettale o straniera in dialetto apulo-foggiano? Forse che l’appropriazione da parte della Capitanata di un piccolo campionario di poesia in altre lingue può dare a questa sub-regione la letteratura dialettale che non ha avuto?
Una cosa, però, è certa. Oggi che l’italiano si afferma come lingua di tutti, il registro popolare della concretezza dialettale – che ne è vivaio di parole e di espressioni figurate – può ancora e di più diventare lingua di poesia. La traduzione in dialetto, previa reinterpretazione del testo e discesa dall’astratto al concreto, – dalla “immensità”, per esempio, dell’Infinito leopardiano alla iréve, “grava, voragine” della mia versione dialettale – può offrire l’occasione di una lettura, per così dire, “dalla parte delle radici”.
Il travaso (non parodico) esperito con studio e sensibilità, e correttamente utilizzato – evitando i pregiudizi contro il dialetto, ma anche a suo favore – può aprire una nuova prospettiva, sia per riconsiderare la dignità letteraria di una parlata periferica, sia per riaccostarci alla poesia di ogni tempo e luogo.


F. Granatiero


I POETI TRADOTTI

V. Aleixandre, Alighieri, Angiolieri, Ariosto, R. Baldini, G. G. Belli, Campana, Caproni, Carducci, B. Cattafi, D'Annunzio, M. De Angelis, M. dell'Arco, Di Giacomo, E. Dickinson, J. Donne, Foscolo, Francesco d'Assisi, A. Gatto, V. Giotti, T. Guerra, Guinizelli, S. Heaney, Iacopo da Lentini, Iacopone da Todi, Leopardi, F. Loi, Lorenzo de' Medici, M. Luzi, Machado, Manzoni, B. Marin, Metastasio, Montale, Neruda, Omero, Orazio, Parini, Pascoli, Pasolini, Pavese, Petrarca, A. Pierro, Poliziano, C. Porta, Quasimodo, Rilke, Rimbaud, Saba, C. Sbarbaro, Scotellaro, A. Serrao, Shakespeare, Sinisgalli, Szymborska, Tasso, Ungaretti, Virgilio.


L’AUTORE

Francesco Granatiero, nato a Mattinata (Foggia) nel 1949, vive a Rivoli (Torino), dove lavora come medico ospedaliero.

Dopo alcuni volumetti di poesia in lingua, si è rivolto al dialetto: All’acchjitte (1976), U iréne (1983), La préte de Bbacucche (1986), Énece (1994), Iréve (1995, Premio Comune di Grado assegnato da Vanni Scheiwiller), Sckundatòure (1995), L’endice la grava (1997), Scúerzele (2002, Premio Salvo Basso), Bbommine (2006), Murèjsce (in stampa).

Per la poesia Granatiero è presente in antologie come Le parole di legno di Chiesa-Tesio (Mondadori, 1983), La poesia dialettale dal Rinascimento a oggi di Spagnoletti-Vivaldi (Garzanti, 1991), Via Terra di Serrao (Campanotto, 1992) e di Serrao-Bonaffini-Vitiello (Legas, 1999), Dialect Poetry of Southern Italy di Bonaffini (Legas, 1997) e in studi come Le parole perdute di Brevini (Einaudi, 1990), The Other Italy di Haller (University of Toronto Press, 1999), Storia della letteratura italiana di Malato (Salerno Editrice, 2000).

Parallelamente ha scritto opere sul dialetto del suo paese di origine: Grammatica del dialetto di Mattinata (1987), Dizionario del dialetto di Mattinata - Monte Sant’Angelo (1993), Arcanüé. Dizionario dei proverbi di Mattinata - Monte Sant’Angelo (2001); dell’area garganica: Rére ascennènne. Dizionario tassonomico dei proverbi garganici (2002), Vocabolario dei Dialetti Garganici (in stampa); della Apulia augustea:
La memoria delle parole. Apulia: storia, lingua e poesia (2003).

I suoi lavori linguistici sono utilizzati in opere come I dialetti italiani. Storia, struttura, uso, a cura di M. Cortelazzo et alii (Torino, UTET, 2002).

* * *

SEI VERSIONI TRATTE DA
GIARGIANESE. POESIA IN ALTRE LINGUE DI FRANCESCO GRANATIERO

FRANCESCO PETRARCA (1304-1374), Canzoniere
[Solo e pensoso i più deserti campi]

Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perché negli atti d’allegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avvampi:

sì ch’io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.

Sule e ppenzuse véche cumbassènne
tírre desírte péte cata péte
pe ll’úcchie attínde a ffûsce gni ppedéte
d’ànema vive che l’arèine affènne.

Ate ne ndróve che me pó ddefènne
da chi de mè ce addòune, ca stutéte
d’ògni pprescézze fazze la passéte
e mbacce pére cume ngóre ngènne.

Pucquésse crèite ca mundagne e mmírse
e ffiume e vvúsche sàpene cché vvite
jè quéssa mèie, ch’ammócce a i crestijéne.

Ma pure viie cchiù jaspre e cchiù rrumite
nzacce truué, ca nzímbre ne nge véne
Amóre arraggiunènne, e ije appírse.

v. 1 cumbassènne, da cumbassé, “misurare il terreno a passo, attraversare un campo in tutta la sua estensione”; 2 péte cata péte, “passo dopo passo”; 3 gni ppedéte, “ogni pedata, ogni orma”; 4 affènne, “offenda”; 8 “altro non trovo che mi possa difendere da chi di me si accorge, che spento d’ogni gioia è il mio passare e in viso traspare come in cuore bruci”; 11 ch’ammócce a i crestijéne, “che celo alla gente”; 13 nzímbre, “insieme”; 14 appírse, “appresso, dietro”.

UGO FOSCOLO (1778-1827), Sonetti
In morte del fratello Giovanni

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
sulla tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentili anni caduto.

La madre or sol, suo dì tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto;
ma io deluse a voi le palme tendo,
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quïete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen l’ossa rendete
allora al petto della madre mesta.

Nu júrne, se nn-j’a scì sèmbe fuscènne
da ggènde a ggènde, m’à’ vedé ssettéte,
fréte miie, sòup’la préta tòue chiangènne
lu fiòure tue de ggiuvendù cadute.

Mamme mó scchitte, li júrne sciuppènne,
parle de mè p’la cérna tòua mute;
ma ije a vvuie li cchiande amére stènne,
e dda lundéne i titte mie salute.

Sènde la Sòrta smèrse e i scurijéte
ch’affunne a u ccambé tue fòrne tumbèste,
e ccèrche rèquie a u púrte tue cujéte.

Quésse de tanda spranze ôsce me rèste!
Ggènde straníre, auméne l’òssere déte
tanne a u pítte de mamme adduluréte.

GABRIELE D’ANNUNZIO (1863-1938), Alcione

Dalla versione de La pioggia nel pineto

...
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre
d’arborea vita viventi;
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
...

...
Sínde? Lu cchióve casche
nde li ffrasche
sularine
sccattescènne sènza fine
e vvarie nda l’arie
cume sònne li ffrónne
cchiù allasche, méne allasche.
Annúsele. Arrespónne
a u cchiande lu cande
de li ccechéle
e u scerucquéle
ne llu sccande,
nè u cíle cennarine.
E u zappine
fé nu súne, e lla murtèdde
ate súne, e u scënibbre
ate angóre, strumínde
cchiù vvarie
pe ssótte a nnu munne de dite.
E affunne
nuie stéme nd’lu spirde
furèste
cambènne la vite i trevínde;
e u uise tue mbrijéche
de chióve sté chjine
cume na frónne,
e a capeddina
tòue addòure mbòrme
la bbèlla scënèstre,
óie crijature d’la tèrre
misse a nnòume
Irmijòune.
...



CAMILLO SBARBARO (1888-1967), Versi a Dina
[La bambina che va sotto gli alberi]



La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.

A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore,
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.


La vagnòune che vé sótta l’àruele
ne ndéne ca lu pìseme la trézze,
nu cande sule nganne.
Sòule cande
e zzómbe stréta stréte; ca ne nzépe
ca mé bbéne cchiù iranne nn-óu avé
de cuddu póche d’òure vive a i spadde,
de quédda ggióje nganne.

A nnuie che ne ndenime
ata cundandézze ca de paròule,
e nnò lu ciòffe russe e nnò la spranza
nemunne che fé irússe a qquédde u córe,
s’addummanné nn-è tròppe, che perdime
la vite annanze e nnò ss’ùneche bbéne.
VIRGILIO GIOTTI (1885-1957), Colori

L’ùltima felicità

Un fogo de do legni
che brila e ardi pian
pian nel scuro; una dona
che se scalda le man.

El mio cuor tanto tempo
el ga batù de sora
el suo: vizin del suo
el bati tristo ancora.

La neve, fora, bianca;
el lugareto nela
su’ cheba al sol; d’i pomi
rossi ’n una zestela.

Nu fúche de duie lègne
che luce e jarde chiéne
chiéne a u scurde; na fémmene
che ce scàlefe i mméne.

Ssu córe tanda tímbe
sòupe lu suue a bbatte:
vecine a llu sue triste
stéje angóre che bbatte.

La nèive, fóre, bbianghe;
u cardille a llu sòule
nd’la cangiòule; dóie mèile
rósse nde nu canistre.

L’ULTIMA FELICITÀ. Un fuoco di due legni che brilla e arde piano piano nel buio; una donna che si scalda le mani. Il mio cuore tanto tempo ha battuto sopra il suo: vicino al suo batte triste ancora. La neve, fuori, bianca; il lucherino nella sua gabbia al sole; delle mele rosse in una cestina.

JOHN DONNE (1572-1631), Songs and Sonets
Witchcraft by a Picture

I fixe mine eye on thine, and there
Pitty my picture burning in thine eye,
My picture drown’d in a transparent teare,
When I looke lower I espie;
Hadst thou the wicked skill
By pictures made and mard, to kill,
Hou many wayes mightst thou performe thy will?

But now I’have drunke thy sweet salt teares,
And though thou poure more I’ll depart;
My picture vanish’d, vanish feares,
That I can be endamag’d by the art;
Though thou retaine of mee
One picture more, yet that will bee,
Being in thine owne heart, from all malice free.

Mascìie de nu detratte

Affitte l’úcchie tuue e mme la sènde
ca, dajindre, u detratte miie ce jarde.
Ce affóche nde na làirma trasparènde
quanne cchiù ssótte iie uarde.
Tenisse l’arta bbrutte
d’accite p’i detratte fatte e strutte,
nd’a qquanda múte a mettarrisse a ffrutte?

Mó ch’i llàirme tòue dólece e ssaléte
m’éi vìvete, tu chiange pure, iie parte.
Scangrijéte u detratte, scangrijéte
la paùre d’u danne de quédd’arte.
Sepure tíne angóre
n’atu detratte miie, lu tíne ngóre,
e ddà da gni mmascìie ruméne fóre.


MAGIA DI UN RITRATTO - Fisso i tuoi occhi e compiango il mio ritratto che dentro vi arde. Affoga in una lacrima trasparente quando più sotto io guardo. Avessi l’arte dannata di uccidere con i ritratti fatti e distrutti, in quanti modi la metteresti a frutto? Ora che le tue lacrime dolci e salate ho bevuto, piangi pure, io parto. Dileguato il ritratto, dileguata la paura del danno di quell’arte. Sebbene tu abbia ancora un altro mio ritratto, ce l’hai nel cuore, e lì da ogni magia rimane fuori.

Fonte garganopress

 




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